Il Libano è una repubblica semipresidenziale fondata sul confessionalismo, ossia in cui l'appartenenza religiosa di ogni singolo cittadino diventa il principio ordinatore della rappresentanza politica e il cardine del sistema giuridico. Anche gli incarichi amministrativi sono suddivisi tra le differenti confessioni religiose secondo un meccanismo predeterminato di quote riservate, che sono attribuite a ciascun gruppo in funzione del suo peso demografico e sociale.
POPOLAZIONE
La popolazione libanese comprende diversi gruppi etnici e religiosi. Mentre un tempo i cristiani costituivano la maggioranza, attualmente i musulmani sono il 60% della popolazione residente; il resto della popolazione è composto da cristiani: in prevalenza maroniti, in misura minore greco-ortodossi, greco-cattolici, armeni (ortodossi e cattolici) e protestanti. Infine, l'1% dei libanesi è di origine curda. Molti milioni di Libanesi hanno lasciato la madrepatria per trasferirsi in tutto il mondo (in Europa sono presenti soprattutto in Francia). I Libanesi della diaspora sono soprattutto di religione cristiana.
ASSETTO COSTITUZIONALE
Il Presidente della repubblica è eletto ogni sei anni. Tuttavia il mandato dell'attuale presidente, Émile Lahoud, scaduto nell'ottobre 2004, è stato prorogato di altri tre anni. Il potere legislativo è affidato all'Assemblea dei Deputati (Majlis al-Nuwwab), che viene rinnovata ogni cinque anni mediante suffragio universale diretto. Il diritto di voto si esercita a partire dall'età di ventuno anni. I seggi sono attribuiti in base ad un duplice criterio - geografico e confessionale- attraverso una ripartizione che cerca di riflettere gli equilibri demografici esistenti tanto a livello nazionale quanto a livello locale.
SITUAZIONE ATTUALE
La crisi politico-militare, che ha assunto subito i connotati di una vera e propria guerra, è stata innescata dalla cattura di due soldati dell'esercito israeliano da parte dei guerriglieri libanesi di Hezbollah il 12 luglio 2006. Dieci giorni dopo Israele entra in Libano ed il 26 la conferenza di Roma si pronuncia a favore del dispiegamento di una forza di interposizione, mentre USA e Francia lavorano ad una bozza di risoluzione ONU, che viene però respinta dal Libano. Dopo oltre un mese di scontri, la tregua in Israele e in Libano è entrata in vigore come previsto il 14 agosto 2006. Nel Sud del Libano le armi hanno improvvisamente iniziato a tacere, dopo una ultima notte di intensi combattimenti.
La risoluzione 1701, proposta da Francia e USA, pur non gradita integralmente dalle parti in lotta, è stata votata all'unanimità dai 15 Stati membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU nella notte tra il 10 e l'11 agosto. Essa prevede il ritiro dell'esercito israeliano dal Libano meridionale, la fine delle attività militari di Hezbollah e il dispiegamento nell'area di 15.000 soldati dell'esercito regolare libanese appoggiati da altrettanti caschi blu. La missione UNIFIL, sul terreno dal 1978 con scarsi poteri, passa pertanto da 2.000 a 15.000 effettivi e diventa quindi un attore di primo piano nello scacchiere medio-orientale.
Il bilancio più aggiornato sui costi umani del conflitto parla di 1.183 vittime e oltre 4.000 feriti fra i civili libanesi, cui si aggiungono 97 vittime fra civili e militari israeliani (e un numero doppio di feriti). Imprecisato il numero di miliziani di Hezbollah uccisi, stimato in alcune centinaia da parte dell'esercito di Tel Aviv.
Come sottolineato dall'UNICEF, sono stati i civili e soprattutto i bambini - assai più che i combattenti - a pagare il prezzo di questa guerra. Quasi un terzo dei morti (355) e dei feriti (1.215) sono stati bambini e ragazzi. E bambini sono anche il 45% circa degli sfollati e dei rifugiati, costretti alla fuga precipitosa dalle proprie case sotto la violenza degli scontri armati.